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mercoledì 9 gennaio 2008

Per non dimenticare MAI, ad Alessio, come promesso :)











La strage di Acca Larentia:
E ti svegli una mattina e ti chiedi cos'è stato
rigettare i tuoi pensieri sulle cose del passato
prendi un fazzoletto nero che conservi in un cassetto.
Cominciava tutto un giorno, forse un giorno maledetto
frequentando certa gente di sicuro differente,
è un battesimo di rito con il fiato stretto in gola,
quando già finiva a pugni sui portoni della scuola.
Francesco Mancinelli, "Generazione '78"
" Acca Larentia era il nome della madre adottiva di Romolo e Remo, ed è il nome di una via , anzi di una piazzetta, incastonata dentro il reticolo di strade che si intrecciano nel cuore del quartiere Appio Latino, chiuse fra due arterie, la via Tuscolana e la via Appia, che corrono verso est, fino al raccordo anulare. Oggi l'Appio Latino sembra più vicino al centro che ai palazzoni popolari dei nuovi quartieri-dormitorio nati a metà degli anni '80 a ridosso del raccordo. All'epoca invece, Via delle Cave-la strada che unisce in diagonale l'Appia e la Tuscolana proprio all'altezza di Acca Larentia- era una sorta di marca di confine: Hic sunt leones, quì finisce la vecchia città. Acca Larentia era anche il nome di una sezione dell' Msi aperta li a metà degli anni '70. Ce n'era un'altra ancora più periferica, a sud, a Via Noto, e non lontana in linea d'aria, quella di Erasmo Gattamelata. Via Noto-Gattamelata-Acca Larentia, il triangolo delle "terre di frontiera", gli ultimi avamposti dell'Msi nell'estremo delle città, nel tentativo di radicarsi nelle periferie. Una mappa che, se la rileggi oggi, pare disegnata con il sangue: un morto, un rogo. E una strage.
Il 17/1/75 nella sezione di V. Noto è appena terminata una riunione. La prima ad avvicinarsi alla porta per uscire è una ragazza di 19 anni. E' ancora sulla soglia quando si ritrova davanti un volto di un giovane, coperto da una sciarpa di cachemire, lei non fa nemmeno in tempo a capire quanto è successo...Uno scoppio violento alle sue spalle, una lingua di fuoco che si alza dal pavimento, la benzina che le si attacca sotto ai piedi e poi addosso, come una colla, prima alle scarpe, poi ai jeans...Due Molotov. Sono in 20 a ritrovarsi in trappola, la serranda è stata legata con del filo di ferro al pomello della porta a vetri: un lavoro accurato.Poi per miracolo la saracinesca si alza...
Daniela Fini: "Potevamo morire tutti, tutti.... Quei maledetti volevano farci fare la fine del topo". L'ha raccontata a Il Giornale, quella storia, dopo le rivelazioni di Achille Lollo sul Rogo di Primavalle. Perchè sulla paternità di quel gesto, lei non ha mai avuto dubbi: " Stessa tecnica, stesso ambiente politico: benzina e fuoco. Erano gli ex di Potere Operaio". Se non è finita carbonizzata lo deve a 2 persone: un carrozziere di V. Noto che si è precipitato a forzare la saracinesca, e un camerata, Alessandro Losavio.
F. Mancinelli, "Generazione '78"
Poi una sera di gennaio resta fissa nei pensieri,
troppo sangue sparso sopra i marciapiedi,
e la tua generazione scagliò al vento le bandiere,
gonfiò l'aria di vendetta, senza lutto ne preghiere,
su quei passi da gigante, per un attimo esitare,
scaricando poi la rabbia nelle auto lungo il viale,
fra le lacrime ed i vortici di fumo,
da quei giorni la promessa di restare tutti figli di nessuno.
Quella sera di gennaio, ad Acca Larentia c'è Francesco Ciavatta, il figlio del portiere, e c'è Maurizio Lupini, responsabile dei comitati di quartiere di area missina. C'è uno studente di Medicina, Franco Bigonzetti, poi Giuseppe D'Audino e Vincenzo Segneri.
Bigonzetti e Ciavatta sono sulla porta, spalle alla strada, quando fanno comparsa gli altri attori della scena. Acca Larentia è una piazzetta rettangolare di nemmeno 300 m.q. .Su uno dei 2 lati c'è la sezione, sull'altro una cancellata. A sinistra c'è una scalinata, a destra il confine è delimitato da una serie di piloncini di marmo. E' davanti a questi che prendono posizione 5-6 giovani armati, con il viso a malapena coperto. Ed è proprio in quel momento, che, quel 7/1 si comincia a sparare.
Giuseppe D'Audino, 2005: " io per tanti anni quella scena me la sono rivista davanti agli occhi al rallentatore. Eccoci, usciamo dalla sezione, c'è ancora l'aria delle feste. Quando arrivo io, il grosso del gruppo è già andato via, siamo rimasti solo noi. Mi dicono che dobbiamo raggiungere gli altri al Prati. Eccoci sulla soglia, si discute di cose qualsiasi: come lo attacchiamo questo biglietto? A te per farlo ti ci vuole la scala. Ridiamo. Allora fallo tu che sei così alto, scemo. Non pensi certo che queste frasi diventeranno così importanti, che te le ricorderai per sempre. Io li vedo persino arrivare i Killer, ma non me ne rendo conto. Non vedo volti o facce, solo sagome indefinite. Li vedo che si schierano, come un plotone
di esecuzione, affiancandosi ai piloncini della piazzetta. Per un attimo è come se questa scena non riguardasse me, come se sentissi il sonoro di un televisore a basso volume, ma poi vedo balenare qualcosa nelle loro mani, armi. E insieme fiamme e fumo che escono dalle canne. Poi un urlo, Franco che cade. Ma chi ha gridato? Non faccio in tempo a capirlo. Qualcuno mi tira dentro. Io tiro dentro qualcun'altro. La porta, bisogna chiudere la porta! E altri spari. Passi fuori, nuove urla. Poi il buio della sezione che ci avvolge, e il silenzio che cade improvviso su di noi.Io ne sono certo: se prima di uscire non avessimo già spento la luce, per l'ossessione della bolletta, sicuramente oggi non sarei rimasto vivo. Non so quando lo hanno capito esattamente gli altri, per me è stato chiaro solo dopo che abbiamo riacceso la luce. Io non posso togliermi dagli occhi questa immagine..Noi 3 eravamo ancora a terra, nella stanza, e da sotto la soglia della porta entrava un lago di sangue che su allargava lentamente, come se si stesse avvicinando a noi. Era il sangue di qualcuno che era rimasto fuori, il sangue di uno dei nostri amici. E' il sangue di Franco Bigonzetti, quello. Io lo raggiungo, provo a scuoterlo, ma è stato colpito anche al volto, quasi non lo riconosco. Un altro di noi è andato a cercare Francesco, che ha provato a fuggire. Non è andato molto lontano: è anche lui a terra, a nemmeno 10m, sulla sinistra del portone, dove iniziano le scalette. E' ancora vivo e ripete "Non pensate a me, pensate a Franco che sta messo peggio di me". Ma Franco ce l'ho davanti agli occhi io. Franco non c'è più."
Il 7/1 Valerio Fioravanti è a Roma, in licenza dal servizio militare, quando giunge voce di quello che è successo ad Acca Larentia e si precipita davanti alla sezione: " Sangue e pezzi di cervello. Molto sangue ma non ancora raggrumato, forse perchè faceva freddo. Una scena irreale, sembravano tutti in trance. Si aggiravano per questa piazzetta di fronte alla sezione 50 o 60 dei nostri ragazzi, con lo sguardo fisso, guardavano il sangue, si guardavano in faccia e nessuno parlava. Giravano, giravano, come tante farfalle in coma".
Anche Franco Anselmi, ex compagno di scuola divenuto compagno di battaglia è arrivato sul luogo della strage. Ha il passamontagna di Mantakas, si avvicina al punto in cui è caduto Bigonzetti, si bagna il dito con il sangue che è ancora sull'asfalto, lo passa sul cappello di lana e, a mezza bocca, giura a se stesso che vendicherà i suoi camerati. Per lui, come per molti altri, la strage di Acca Larentia sarà il definitivo punto di trapasso, il passaggio che chiude il capitolo della guerriglia urbana per inaugurare quello del terrorismo. Morirà nel giro di 2 mesi, durante una delle azioni dei Nar a Roma, freddato durante un tentativo di rapina all'armeria Centofanti, in Viale Ramazzini.
Ad Acca Larentia arrivano militanti da tutta Roma,simpatizzanti, extraparlamentari, il gruppo di Monteverde, Francesca Mambro, i ragazzi del Fuan di Via Siena, Teodoro Buontempo, Maurizio Gasparri, Gianfranco Fini. Poi i carabinieri sparano e un altro missino cade: Stefano Recchioni.
Audiocassetta di rivendicazione fatta trovare ai giornalisti de Il Messaggero in V. Statilia, 9/1/78:
"Ieri alle ore 18.23, un nucleo armato dopo un'accurata opera di controinformazione e controllo della fogna nera di Acca Larentia ha colpito i topi neri nell'esatto momento in cui essi stavano uscendo dal loro covo per un'ennesima azione squadristica. E lo dimostra il fatto che hanno risposto sparando ai compagni. Da troppo tempo lo squadrismo nero insanguina le strade e le Piazze d'Italia, coperto dalla magistratura e volutamente ignorato dai partiti dell'accordo a sei. Questa convivenza garantisce i fascisti dalle carceri borghesi, ma non li potrà mai garantire dalla giustizia proletaria che non darà mai loro tregua. Abbiamo colpito duro e non certo a caso, le carogne nere non sono degli ingenui come vuole far credere la stampa borghese, ma picchiatori ben conosciuti e addestrati all'uso delle armi, che si trovavano in sezione, insieme agli altri squadristi che avevano partecipato al raid contro il Corriere della Sera. La lista è ancora molto lunga: i vari Saccucci, che girano ancora impunemente per il Villaggio Olimpico, il fucilatore Almirante, l'assassino Caradonna e tutti gli altri nemici del proletariato non credano che basta circondarsi di decine di gorilla per proteggersi, il proletariato ha lunghe mani: fascisti, padroni, per voi non c'è domani. Siamo i nuclei armati per il contropotere territoriale".
La vecchia sezione dal 2oo5 ospita la federazione romana del movimento Fiamma Tricolore. Ancora oggi, sopra la porta, si possono vedere i manifesti scoloriti con le foto dei 3 caduti, che ogni tanto qualcuno riattacca nuovi. Ma a quei 3 morti del 7 gennaio bisogna aggiungere gli altri 2 che sono seguiti, sapendo che per nessuno di loro quasi 30 anni di storia sono stati sufficienti perchè si trovasse un solo colpevole."
Luca Telese, Cuori Neri.
Immagini scattate sui muri di Primavalle in occasione della Ricorrenza della Strage di Acca Larentia e della morte di Alberto Giaquinto.
Per maggiori informazioni: assculturalezenit.spaces.live.com
Per Alessio :)

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